Oltre il precariato
Gli autori
Tito Boeri insegna Economia del lavoro alla Bocconi di Milano, è direttore scientifico della fondazione Debenedetti e ideatore del sito www.lavoce.info Vincenzo Galasso insegna Political Economy alla Bocconi di Milano ed è Research Affiliate del Centre for Economic Policy Research di Londra.
Il libro
Tito Boeri – Vincenzo Galasso, Contro i giovani – Mondadori, Milano 2007. www.librimondadori.it
Ci si forma anche fuori dalla scuola e dall’università, in azienda. Qui i lavoratori più anziani possono svolgere un ruolo fondamentale nell’accumulazione di capitale umano, nel fare aumentare sia il lavoro che la sua produttività. A 50 anni si è spesso meno produttivi che a 35-40, ma si ha molta esperienza da trasferire ai più giovani. In un mercato del lavoro dualistico la formazione in azienda è penalizzata. All’azienda non conviene investire nella formazione professionale di un dipendente con un orizzonte di impiego incerto, perché è più difficile esser sicuri di ammortizzare i costi della formazione. E non con viene neanche al lavoratore investire per imparare mansioni e tecniche specifiche di quella azienda. Se cambia lavoro, tutto questa fatica sarà inutile o quasi.
Per migliorare la posizione dei giovani nel mercato del lavoro, aumentare la formazione in azienda, e valorizzare il ruolo dei lavoratori aver 50, è dunque necessario soprattutto riformare la fase di ingresso nel mercato del lavoro. Mantenere la flessibilità delle imprese nell’assumere, per non ridurre il tasso di creazione di posti di lavoro, e garantire ai nuovi occupati orizzonti lunghi nel mercato del lavoro. Ma come? Bisogna smetterla di creare nuove figure contrattuali flessibili, atipiche, in cui i giovani inevitabilmente finiscono per essere segregati e riformare i contratti tipici, quelli a tempo indeterminato, puntando a farli diventare il canale principale di ingresso, a tutte le età. I contratti a tempo indeterminato devono definire un percorso di entrata – e rientro che non comporti salti nel vuoto per il lavoratore e non dissuada i datori di lavoro dalle assunzioni. È giusto garantire una certa flessibilità all’azienda in entrata, per meglio valutare le qualità del lavoratore e ridurla man mano che aumenta l’anzianità aziendale, il tutto senza dover cambiare il contratto. Meno segmenti differenziati creiamo, minore è il rischio di segregazione.
Tutto deve avvenire nell’ambito di un unico contratto a tempo indeterminato. In questo contratto si possono prevedere tre fasi: prova, inserimento e stabilità. Chi è assunto è soggetto a un periodo di prova di sei mesi, come oggi avviene già per alcune categorie. Consente al datore di lavoro di valutare le attitudini e la qualità del lavoratore. Successivamente, ad esempio dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, si entra nel periodo di inserimento durante il quale il lavoratore è tutelato contro il licenziamento disciplinare e discriminatorio e riceve un’indennità nel caso di licenziamento economico. In questa fase datare di lavoro e lavoratore possono investire in capitale umano specifico all’azienda. Al termine del terzo anno, si entra nel periodo di stabilità in cui si rafforza ulteriormente la protezione contro i licenziamenti economici. A questo punto per l’azienda, che ha già investito nel capitale umano del lavoratore, sarebbe comunque molto costoso interrompere il rapporto di lavoro. Quindi, questa forte protezione dell’impiego non è un deterrente alle assunzioni, non rischia di dissuadere il datore di lavoro dall’assumere il lavoratore fin dall’inizio con un contratto che non ha limiti di tempo, che non ha scadenza.
I contratti temporanei dovrebbero invece essere utilizzati soltanto per prestazioni lavorative veramente a termine, riducendone la durata massima a due anni e imponendo ai datori di lavoro che li utilizzano il pagamento di contributi più elevati per l’assicurazione contro
Questa riforma dei contratti di lavoro aiuta i giovani, che nei sondaggi la approvano a larga maggioranza. Ma servirebbe anche a facilitare il reingresso nel mercato del lavoro di quei lavoratori over 50 che dovessero perdere il posto. È un aiuto importante per questa generazione «di mezzo»! Oggi quasi il 60 per cento di chi è disoccupato e ha più di 50 anni rimane disoccupato per oltre un anno, il 45 per cento per oltre due anni. Inoltre i lavoratori over 50 messi oggi un po’ da parte in azienda potrebbero svolgere un importante ruolo di formazione dei giovani, se questa proposta venisse messa in pratica.