L’ecologia della pace

shiva01.jpgL’autrice
Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, dirige il <centro per la scienza, tecnologia e politica delle risorse naturali di Dehra Dun in India. É tra i massimi esperti internazionali di ecologia sociale. Attivista politica radicale e ambientalista, nel 1993 ha vinto il premio Nobel alternativo per la pace nel 1993.

Il libro
Vandana Shiva, Le guerre dell’acquaFeltrinelli, Milano 2003. www.feltrinelli.it

Il 18 settembre 2001 mi sono unita ai milioni di persone che in tutto il mondo hanno osservato due minuti di silenzio in memoria delle migliaia di persone che avevano perso la vita negli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center e al Pentagono. Ma, nella mia mente, erano presenti anche i milioni di vittime di altri atti terroristici e di altre forme di violenza. E ho rinnovato l’impegno a oppormi a qualunque manifestazione di violenza. Quella mattina ero in compagnia di tre donne, Laxmi, Raibari e Suranam, nel villaggio di Jhodia Sahi nello stato di Orissa. Il marito di Laxmi, Ghabi Jhodia, era uno dei venti uomini della tribù da poco uccisi dalla fame. Nello stesso villaggio era morto anche Subarna Jhodia. Quello stesso giorno, nel villaggio di Bilamal, abbiamo incontrato Singari, che aveva perso il marito Sadha, il figlio maggiore Surat, il figlio minore Paila e la nuora Sulami. Le politiche imposte dalla Banca mondiale hanno indebolito l’economia alimentare, lasciando questi villaggi in preda alla carestia.

 

Giganti minerari come la norvegese Hydro, la canadese Alcan e le indiane Indico e Balco/Sterlite si sono affiancati all’industria della carta scatenando una nuova ondata di terrore. Hanno messo gli occhi sulla bauxite che giace nelle viscere delle maestose montagne del Kashipur. La bauxite serve per produrre l’alluminio, e l’alluminio viene usato sia per le lattine di Coca-Cola, bevanda che sta rapidamente soppiantando la cultura indiana dell’acqua, sia per i caccia che stanno bombardando a tappeto l’Afghanistan mentre scrivo questo libro. Nel 1993 abbiamo bloccato il terrorismo ecologico dell’industria mineraria nella mia terra, la valle del Doon. La Corte suprema indiana ha chiuso le miniere, sentenziando che è necessario fermare qualsiasi commercio che minacci la vita umana. Ma le nostre vittorie ecologiche degli anni ottanta sono risultate vane con l’avvento della deregulation ambientale che accompagna le politiche di globalizzazione. Le industrie dell’alluminio vogliono il territorio delle tribù del Kashipur, e ne è scaturita una grossa battaglia tra i residenti e le aziende.

 

Questa sottrazione forzata di risorse alla popolazione è una forma di terrorismo – terrorismo d’impresa. Ero andata a offrire la mia solidarietà alle vittime di questa forma di terrorismo, che non minacciava soltanto di rapinare duecento villaggi dei loro mezzi di sostentamento, ma aveva già rubato la vita a molti residenti, uccisi dal fuoco della polizia il 16 dicembre 2000. I cinquanta milioni di indiani sfollati dalle loro case inondate dalle dighe nel corso degli ultimi quarant’anni sono anch’essi vittime del terrorismo – hanno subito il terrore della tecnologia e dello sviluppo distruttivo. Le trentamila persone morte a causa del superciclone dell’Orissa, e i milioni che moriranno via via che le inondazioni, la siccità e i cicloni aumenteranno d’intensità, subiscono tutte il terrorismo del mutamento climatico e dell’inquinamento da combustibili fossili.

 

Distruggere le risorse idriche e i bacini forestali e acquiferi è una forma di terrorismo. Negare ai poveri l’accesso all’acqua privatizzandone la distribuzione o inquinando pozzi e fiumi è anche questo terrorismo. Nel contesto ecologico delle guerre per l’acqua, i terroristi non sono solo quelli che si rifugiano nelle caverne dell’Afghanistan. Alcuni si nascondono nelle sale dei consigli di amministrazione delle multinazionali, dietro le norme sul libero mercato imposte dal Wto, dal North American Free Trade Agreement (Nafta) e dalla Free Trade Area of the Americas (Ftaa). Si nascondono dietro le condizioni di privatizzazione volute da Fmi e Banca mondiale. Rifiutandosi di firmare il protocollo di Kyoto, il presidente Bush compie un atto di terrorismo ecologico contro le numerose comunità che rischiano di essere spazzate via dalla Terra dal riscaldamento globale. A Seattle, il Wto è stato ribattezzato dai manifestanti “World Terrorism Organization” perche le sue regole negano a milioni di persone il diritto a una sussistenza sostenibile.

 

L’avidità e l’appropriazione delle preziose risorse del pianeta che appartengono ad altri sono alla radice dei conflitti, e alla radice del terrorismo. Quando il presidente americano Bush e il primo ministro inglese Tony Blair annunciano che l’obiettivo della guerra globale al terrorismo è la difesa del “way of life” americano ed europeo, dichiarano guerra al pianeta – al suo petrolio, alla sua acqua, alla sua biodiversità. Lo stile di vita del 20% della popolazione mondiale che usa 1’80% delle risorse del pianeta esproprierà il restante 80% della loro equa porzione di risorse e finirà per distruggere il pianeta. Non possiamo sopravvivere come specie se l’avidità è privilegiata e protetta e se l’economia degli avidi stabilisce le regole su come vivere e morire.

 

L’ecologia del terrore ci mostra quale dev’essere la via per la pace. La pace sta nell’alimentare la democrazia ecologica ed economica e nel favorire la diversità. La democrazia non è semplicemente un rituale elettorale ma il potere delle persone di forgiare il proprio destino, determinare in che modo le loro risorse naturali debbano essere possedute e utilizzate, come la loro sete vada placata, come il loro cibo vada prodotto e distribuito, quali sistemi sanitari e di istruzione debbano avere.

 

Nel ricordare le vittime dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, rafforziamo anche la nostra solidarietà con i milioni di vittime invisibili di altre forme di terrorismo e violenza, un terrorismo e una violenza che minacciano la possibilità stessa di avere un futuro su questo pianeta. Possiamo trasformare questo momento storico così tragico e brutale nella costruzione di culture di pace. Creare la pace ci impone di risolvere le guerre per l’acqua, le guerre per il cibo, per la biodiversità, per l’atmosfera. Come disse una volta Gandhi: “La terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi”. Il ciclo dell’acqua ci connette tutti, e dall’acqua possiamo imparare il cammino della pace e la via della libertà. Possiamo imparare a trascendere le guerre dell’acqua causate dall’avidità, dallo spreco e dall’ingiustizia, che provocano scarsità nel nostro pianeta in origine ricco di acqua. Possiamo lavorare insieme per creare democrazie dell’acqua. E se costruiamo la democrazia, costruiamo la pace.

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