Domeniche a piedi

santigiorni.jpgL’autore

Michele Serra è nato nel 1954 a Roma. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Come giornalista ha cominciato a “L’Unità” e attualmente è una delle firme più lette de “La Repubblica” e de “L’Espresso”.

Il libro
Michele Serra, Tutti i santi giorni.
Feltrinelli, Milano 2006. www.feltrinelli.it

Le centraline di controllo, fiutando l’aria delle città italiane, non sono in grado di misurare il più rilevante tra i miglioramenti dell’atmosfera urbana: quello dell’umore dei cittadini durante le domeniche senza traffico. Si scrive (specie sui giornali di destra: e francamente sfugge il nesso tra bipolarismo e benzene) che la misura è ridicola, che è un palliativo, che è demagogia, che ci vorrebbe ben altro. Ma il suo valore è soprattutto psicologico: dimostra che una pausa, e financo una breve effrazione dell’oliatissima ruota dove si svolge la nostra corsa del topo, è non solo possibile, ma addirittura bene accetta dalla grande maggioranza dei topi. E che un’inversione di tendenza, per quanto minima c cancellabile dai miasmi del primo ingorgo, è ancora nel novero delle possibilità. L’insuccesso di critica e il successo di pubblico erano entrambi preventivabili. L’insuccesso di critica nasce dal fatto che l’ambientalismo, spesso per colpe proprie, si trascina una nomea di romanticismo malpratico, e di luddismo antiproduttivo, che lo perseguita anche quando, come sovente accade, propone cose sensate e perfettamente praticabili, tipo rinunciare almeno ogni tanto al mezzo privato e usare i mezzi pubblici, come normalissimamente si usa fare, nei centri storici di molte città europee, da molti anni, e tutti i giorni. Quanto al successo di pubblico: si è probabilmente sottovalutato il livello di saturazione, quando non di autentica angoscia, che gli italiani di città inalano da anni nei polmoni, nei bronchi e nell’animo. Nei lontani ottanta due città importanti, Milano e Bologna, chiamarono a referendum i loro cittadini per chiedere se volevano o no chiudere i centri storici al traffico. Risposero, a grande maggioranza, che sì, li volevano chiudere. E non furono il Fato o l’ineluttabile corso del progresso, ma le rispettive amministrazioni comunali a disattendere questa richiesta. Applicata dapprima quasi solo sulla carta da timide e pallide giunte di sinistra; e gioiosamente spazzata via, poi, da nerborute e sanguigne giunte di destra. Ecco un caso, dunque, nel quale i timori che lo “Stato etico” si impicci troppo della vita quotidiana, e plasmi a suo arbitrio le abitudini delle persone, sono davvero infondati. Di più: ecco un caso nel quale si sono dimostrati più “etici”, e cioè più desiderosi di regole comuni, i cittadini stessi, e sono state viceversa le autorità, per pigrizia o per pressioni lobbistiche varie, a ignorare questa esigenza, che pure si fondava su maledette istanze di salute pubblica, mica su paranoie da naturalisti ipersensibili. Il risultato (ovvio) è che la breve fitness urbana della domenica ha incontrato il gradimento di larghe maggioranze. Lo dicono i sondaggi, e pazienza. Lo dice, soprattutto, l’esperienza dei tantissimi che stanno approfittando di questa breve menomazione per – letteralmente – riurbanizzarsi. Cioè rimisurare strade, scorci e distanze dei luoghi dove abitano da una vita spesso senza averli praticati davvero, senza averne potuto conoscere le luci, le sonorità e gli odori. Si gira per le città come dopo una imprevista, eccitante bassa marea, che ha liberato dalla coltre di lamiere e smog pezzi di territorio che pare di vedere per la prima volta. Ci si inoltra a piedi dove prima c’era il mare del traffico, e si gode di quelle meravigliose banalità (” si sente la voce umana!”, “si respira meglio! “) che, non si sa perché, avevamo dato per perse. Questa esiziale rassegnazione al peggio è il sudario che le domeniche senza auto hanno provato, se non a lacerare, almeno a bucherellare. Che lo spillo sia maneggiato da un ministro verde è, in fondo, una delle poche notizie logiche che la politica italiana sia riuscita a sfornare da diverso tempo in qua. Un verde che fa il verde.

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